August Vermeylen Ahasvero sulla via del cielo

August Vermeylen: Ahasvero sulla via del cieloLe pagine di August Vermeylen Ahasvero sulla via del cielo sono le prime del terzo capitolo del suo primo romanzo ‘L’ebreo errante’. Fu pubblicato col titolo De wandelende Jood nel 1906. August Vermeylen (1972-1945) pubblicò solo due romanzi nella sua vita. Lo scrittore era nato a Bruxelles e di lingua madre nederlandese. Insegnava storia dell’arte, ma si occupò soprattutto di letteratura. Diventò professore universitario di lingua e letteratura nederlandese prima a Bruxelles e a Gand poi. Le pagine sono state tradotte da Giacomo Prampolini e pubblicate nel 1927.

Ahasvero sulla via del cielo

In una radura di quel bosco viveva un vecchio eremita: la sua celluzza era cosi piccola che un coniglio l’avrebbe misurata in quattro salti. Il santo uomo dormiva su un letto di foglie secche. Si cuoceva da solo il suo pane di segale, coltivava un po’ di legumi, teneva una capra e una dozzina di pulcini. Coi bei canestrelli ch’egli sapeva intrecciare si procurava di tanto in tanto i suoi piccoli agi da un villaggio lontano, e talvolta anche dei pellegrini gli portavano qualche buon boccone comprato alla fiera della sagra, come trippe bianche e nere con orecchie e zampe. Ma la sua anima e ogni suo atto erano sempre rivolti soltanto a Dio. Ammirarlo e lodarlo in tutte le sue opere, smarrirsi nella contemplazione della sua infinita bontà – questo lo occupava, questa era la sua vita.

Ora, un mattino per tempo. ch’egli era già in giro, a rimirarsi con riconoscente meraviglia il miracolo di tutti i giorni, la mattutina chiarità del sole che giocava per l’umido fogliame, gli avvenne di trovare un uomo che giaceva bocconi, le braccia tese, e gemeva fioco. L’eremita andò a prendere acqua in un rigagnolo, lavò il viso allo straniero, e quegli parve finalmente svegliarsi come da un sogno, con lo sguardo smarrito. Non capi ciò che il vecchio gli diceva, e si lasciò condurre barcolloni sino al letto di foglie, sul quale s’abbattè esausto.

Ahasvero scottava di febbre, e le visioni gli abbuiavano il.ricordo; l’inferno ancora chiamava dietro di lui, ed egli si aggrappava stretto al braccio dell’eremita, per non cadere in quell’orrendo abisso come un sasso in una voragine. Il vecchio, per calmarlo, gli picchiava piano sulle mani, come si fa coi bambini, ringraziando in cuor suo Iddio, che forse lo aveva scelto come strumento per la salvezza di un povero peccatore.

Ogni volta che Ahasvero apriva gli occhi, si vedeva subito vicino il buon vecchio, e il sorriso di quel volto rugoso era cosi schietto, che Ahasvero pure sorrideva fievolmente – egli sentiva una debolezza estrema…

Quel giorno non fecero quasi parola. A tratti Ahasvero domandava da bere, la fresca acqua di fonte gli ristorava per un momento il cuore. Quando la febbre gli dava un po’ di tregua guardava semi-incosciente i quieti gesti dell’eremita, che faceva un decotto di erbe pel malato o si cuoceva la pappa o sommesso pregava sulle grosse pallottole del suo rosario.

Ma verso sera Ahasvero provò un’angoscia mortale: la misteriosa vita della cupa selva ricominciò a folleggiare di spettri che gli ululavano addosso. Soltanto quando sentì che l’eremita lo teneva per la mano riuscì ad aver ragione dell’incubo, e al vedere curva su di lui quella chiara figura, gli parve a un tratto di aver davanti sua madre. Cosi entrò dolcemente in sonno.

Quando il gallo lo svegliò, cantando, il bosco, dalla porta aperta, -era tutto azzurrino della prima luce; per la piccola finestra un raggio rosato scivolava nella cella, e fuori nella frescura era un pigolìo e un gorgheggiare di cingallegre e merli; persino il vecchio eremita, Ahasvero lo udiva cantare qualcosa come una preghiera, sopra un motivo riposato e uguale che echeggiava con grazia infantile.

Cosi Ahasvero rimase un momento in dormiveglia, mentre i ricordi di quando era ‘bambìno gli si levavano in cuore di loro moto; la mamma lo conduceva alla chiesa. dove egli cantava col coro; nella chiesa c’erano nuvole odorose d’incenso, e bei lumìcìni che ardevano tutto il giorno ecose d’oro che brillavano nella penombra, La mamma era morta presto, aveva sempre un aspetto triste… Egli richiuse gli occhi, e sognò di quell’incenso e di quel canto, finchè non entrò l’eremita adagio adagio. Questi parlò con voce pacata e gli portò latte e pane ed uova, cose che fecero un gran bene ad Ahasvero, poichè egli sentiva di nuovo l’avida vita del suo corpo.

« Voglio vivere… » disse con una domanda nello sguardo e il vecchio rispose: « Dio ti guarirà».

Ahasvero stesso fu sgomento di avere la voce cosi fievole. « Dio… » mormorò, e subito tacque all’udire quella parola dalle proprie labbra.

E siccome ora si era messo seduto, guardando intorno scorse presso la finestrina un ceppo di legno sul quale un crocifisso allargava le sue braccia, e vicino un libro nero e un teschio. Ahasvero considerò a lungo quegli oggetti, con tormentosa attenzione. Egli non capiva più che cosa succedesse in lui, pareva una misteriosa paura che esitasse ma ben sentiva che egli ormai giaceva là come un bimbo, che egli più non poteva odiare, che il suo orgoglio era spezzato, e di ciò provava un male soave, soave, come di una ferita da cui il suo sangue stillasse invisibile.

« Non chiedetemi chi sono… non chiedetemi nulla…»

Si lasciò ricadere indietro, e le sue scarne mani pendevano inerti; e in petto gli bruciava quella dolce pena.

« Dio ti ha mandato a me» disse il vecchio calmo e grave.

Ahasvero sorrise tristemente, e tacque.

Quel giorno passeggiò con l’eremita per il bosco. Nell’aria  vi era già la soavità dell’autunno; sulle ragnatele brillava una nebbia sottile, e la luce del sole aveva un biondo rossore che ogni cosa faceva bella come un bel ricordo. « lo vivo! » questo soltanto pensava Ahasvero, con una specie di meraviglia e semplice gioia. Sentiva: sotto i piedi il terreno, guardava il puro tremolio della luce tra gli alberi pieni di uccelli, aspirava il profumo dei lamponi, e tutto ciò era vita, vita – ma, poteva egli toccarla? non sarebbe d’un tratto svanita in un sogno? E ascoltava la voce serena affettuosa del vecchio, siccome un tempo le fiabe della mamma. Quanti anni erano passati? La sua vita era dunque stata una sola lunga malattia, da cui soltanto ora egli lentamente ‘guariva?

Verso sera erano seduti a fianco sulla cima di un nudo poggio, donde, guardando al di sopra delle vette degli alberi, si vedevano tutti i boschi stendersi in grandi ondulazioni che alla fine si confondevano diventando sempre più azzurre sino alla lontananza purpurea, dove il sole scendeva a morte. Laggiù sull’austero volto del bosco, cinto di silenzio, lucevano ancora i tardi raggi. Stando cosìa lato dell’eremita, tutti i mali, i terrori erano sbanditi, ma, quanto più quel mondo sussurrava pace,’ quanto più tenero si faceva nell’alto il cielo, tanto più Ahasvero riprovava in cuore la vecchia inquietudine, sentiva la ferita al cuore bruciare, intollerabilmente-soave nella fuggitiva luce della sera.

Tacquero a lungo. La figura dell’eremita era una immobile chiarità nel lieve crepuscolo. Il vecchio chiuse gli occhi per più profondamente contemplare dentro di sè la durevole bellezza di tutto ciò che aveva veduto, e disse a mezza voce: « Dio! ».

Quell’unica parola era come la voce del grande silenzio, in mezzo al quale essi stavano, perduti come in un mare.

« L’ho cercato per tanto tempo… » parlò Ahasvero breve e cupo, con la testa china verso il suolo.

« Che altro mai avresti potuto cercare? » chiese calmo .il vecchio. .« Ogni cosa che gli uomini fanno, è un moto verso Dio. Ma essi non sanno, e giacciono nel limo »,

« Io non l’ho mai trovato… ».

« Se tu soltanto supponessi che Dio esiste, non troveresti altro. Egli è la luce ineffabile. Come ogni fiamma balza verso l’alto, così la tua anima non può che salire verso la luce».

« Ma se tutto non fosse che sogno… ».

« Tutto è sogno, eccetto Lui solo».

La silenziosa marea dell’ombra si alzava lentamente: i boschi erano tutti neri, contro il cielo d’opale. Ed Ahasvero sentì, penando come non mai, che ciò che bruciava in lui, bruciava eterno, non era purtroppo sogno.

I giorni che seguirono egli vagò ancora pei dintorni, sospinto dalla sua inquietudine. L’immagine di quella sera restava in lui viva, in un con le parole dell’eremita: quei boschi neri, quel cielo luminoso curvato sul mondo… Là egli aveva d’un tratto capito chiaramente che cosa egli fosse; la Luce Ineffabile! questa parola era caduta nel più profondo del suo essere, e… ora che era stata proferita, egli la trovava così semplice, come se da lungo tempo l’avesse avuta dentro di sè, ignara. Non era in fondo questo, ch’egli aveva desiderato? Ch’egli ancora desiderava, se la fiamma di nuovo balzava in alto, nè gli era riuscito dispegnerlanegliabissi dellamateria!…

Oh,quegli abissi!… Da che era stato. laggiù, egli sentiva più che mai la sua impotenza, sentiva di essere un piccolo punto meschino, perduto nell’incompresa immensità: tutta la sua vita anteriore gli pareva raggrinzita a un nonnulla, al fugace rumore di un passo nelle foglie secche, innanzi a quell’Uno’ veduto dall’eremita. Perchè avrebbe dovuto ancora negarlo, buttarsi giù dietro una pietra? quell’Uno egli lo cercava, lo cercava!

Ma… e se non fosse esistito?…

Lacerato dal dubbio stette a lungo, con la testa fra le mani, sommerso in una notte orribile, fìnchè di nuovo in lui albeggiò un chiarore, e quel chiarore somigliava auno sguardo ch’egli ben conosceva:

« Qualcosa di quella Luce era negli occhi di Cristo… » pensè trasognato.

Corse pel bosco incespicando, chiamando: « Dio! Dio! » come se ciè potesse servire. S’finito rigiacque sull’erba torcendosi le mani, chiamando: « Dio! Diol »; ristette sul poggio aperto e, ritto, la testa all’indietro, gli occhi chiusi, chiamò: ( Dio! Diol »-‘ma fu immutabilmente, eternamente solo.

Segui con lo sguardo un’allodola che cantando saliva saliva nell’aria, tanto alto che spari nello spazio radioso. « Dovrà pu’r tosto tornare al suolo! » pensò ridendo Ahasvero. Anche i suoi pensieri volavano cosi, ma essi erano come uccelli ciechi che salgono verso la luce e poi, fulminati dalla loro stessa disperazione, roteando sulle ali arse ripiombano giù nelle tenebre.

Persino nel chiaro giorno tutte le cose della terra gli parevano buie, come in quella sera: tra i vecchi alberi del bosco per lui filtrava soltanto una fioca luce di sotterraneo.

A tratti pensava: «I miei piedi sono stati nella morte, le mie mani hanno sentito la morte, io non posso nulla, io non sono nulla, prendimi, o Dio, nella tua immensità! ». E talora, siccome il sangue in lui s’era di nuovo rinvigorito, si levava anche la voce d’un tempo: « io non trasgredirò »; allora errava ostinatamente per la solitudine dei boschi sino a sera, quando esausto e affamato riparava nella celluzza, e si sedeva quieto vicino all’eremita. Dicevano poche parole, ma Ahasvero, si sentiva meglio e più sicuro. Perchè, guardando la calma figura del vecchio, vi vedeva una certezza ch’egli non capiva, ma pure subiva.

E, Ahasvero non credeva, tuttavia qualcosa gli era strisciato dentro, ch’egli stesso non sapeva bene, qualcosa che avrebbe bruciato sempre più chiaro nella brace della sua anima squallida e buia: la speranza – la speranza che anch’egli un giorno avrebbe trovato la sua pace forse… […]

Note a August Vermeylen Ahasvero sulla via del cielo

  •  Su August Vermeylen è disponibile una pagina wikipedia.
  • La leggenda dell’ebreo errante ispirò molti scrittori. Inoltre esiste una vasta letteratura storica-critica.
  • August Vermeylen scrisse nel 1932 il lemma ‘Guido Gezelle’, poeta fiammiga,  per l’Enciclopedia Italiana. Ecco il link.

 

Couperus La potenza occulta. Frammento di proza

Famoso il romanzo e non meno celebre il suo autore: Louis Couperus. Riproponiamo di Couperus La potenza occulta. Il testo è una selezione dall’omonimo romanzo dal titolo De stille kracht. L’opera si inserisce nella tradizione letteraria che ha come tema principale la vita nell’allora colonia delle Indie orientali del Regno dei Paesi Bassi. Per motivi di leggibilità ho diviso il testo in cinque paragrafi.

Couperus La potenza occulta
Copertina della prima edizione.

La potenza occulta

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A Van Oudijck, nella vita tutto era andato generalmente bene. Di semplice famiglia olandese priva di denaro, la sua giovinezza era stata una scuola dura, ma non spietata, di serietà precoce; aveva avuto bisogno di mettersi presto al lavoro; aveva avuto la precoce necessità di guardare al futuro, alla carriera, al posto onorevole che, il più presto possibile, avrebbe dovuto occupare tra i suoi simili. I suoi anni di studi indologici a Delft erano stati felici abbastanza per fargli ricordare che era stato giovane e, poiché aveva anche preso parte a una mascherata, pensava addirittura di avere avuto una giovinezza piuttosto sfrenata e di avere sperperato un bel po’ di denaro.

Il suo carattere era un misto di quieta solidità olandese, di ragionevolezza pratica e di una certa dose di serietà di vita piuttosto malinconica e incolore: abituato a cercarsi un posto onorevole tra gli uomini, la sua ambizione si era sviluppata ritmicamente e continuamente in un misurato desiderio di progredire, che però si era svolto soltanto lungo quella linea cui il suo occhio si era sempre abituato a guardare: la linea gerarchica dell’Amministrazione Statale. Tutto gli era sempre riuscito: avendo grandi capacità, era ben considerato. Fu assistente-residente prima della maggior parte degli altri e poi fu un giovane residente; ed invero, la sua ambizione era appagata ora che la sua posizione autorevole armonizzava con la sua natura, il cui desiderio di dominio era andato di pari passo con la sua ambizione.

2

Era effettivamente contento, adesso, e sebbene il suo sguardo si spingesse ancora assai più lontano e vedesse balenare dinnanzi a sé un seggio nel Consiglio delle Indie e addirittura il trono a Buitenzorg (c’erano dei giorni in cui egli serio e soddisfatto asseriva che diventare residente di prima classe, oltre al fatto di avere una pensione più alta, comportava soltanto qualche vantaggio a Semarang e Surabaia, dato che le Terre dei Sultani erano piuttosto incomode e Batavia, poi, aveva una posizione del tutto speciale e quasi di minorità in mezzo a tanti alti funzionari, Consiglieri delle Indie e Direttori) … E anche, quindi, se il suo sguardo si spingeva tanto lontano, il suo senso pratico della misura poteva essere del tutto soddisfatto se gli avessero potuto predire che sarebbe morto da residente di Labuwangi.

Amava la sua regione, amava le Indie; non avvertiva mai desiderio dell’Olanda, né desiderava che si ostentasse la cultura europea: non aveva di queste brame, pur restando egli stesso sempre molto Olandese e soprattutto odiando tutto quello che era mezzo-sangue. Era la contraddizione del suo carattere, questa, perché si era scelto la sua prima moglie (una nonna) proprio per amore e i suoi figli, nei quali scorreva sangue indiano (Doddy lo dimostrava nell’aspetto esteriore, Theo invece nel carattere, mentre Ricus e René erano assolutamente due piccoli sinjo) gli erano cari per vero e proprio sentimento paterno, con tutto quel che di tenero e di sentimentale sonnecchiava in fondo al suo essere: bisogno di dare molto e di ricevere nell’ambito della sua vita familiare.

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Lentamente, questo bisogno si era allargato all’ambito della sua regione: in lui era presente un certo orgoglio paterno per i suoi assistenti-residenti e i suoi controllori, tra i quali era popolare e i quali lo amavano; e soltanto una volta, nei sei anni da che era residente di Labuwangi, non era andato d’accordo con un controllore, che era appunto di colore, e che, dopo avere avuto una certa dose di pazienza con lui e con se stesso, aveva fatto trasferire, come usava dire. Ed era orgoglioso di essere amato tra i suoi funzionari, nonostante la sua autorità severa e il suo severo ritmo di lavoro.

A maggior ragione si doleva della sorda e segreta ostilità con il Reggente, il suo “fratello minore” secondo i titoli in uso a Giava, nel quale egli avrebbe effettivamente voluto trovare il fratello minore, che sotto di lui, il fratello maggiore, governava il suo popolo giavanese. Gli dispiaceva di essere capitato così e pensava ad altri Reggenti; non soltanto al padre di questo, il nobile Pangéran, ma anche ad altri che conosceva: il Reggente di D., colto, che parlava e scriveva un ottimo olandese, autore di chiari articoli su giornali e riviste; al Reggente di S., giovane, un po’ facilone e vanesio, ma molto ricco e benefico, considerato nella cerchia europea quasi un dandy, galante con le signore.

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Perché mai a lui, a Labuwangi, doveva capitare di incontrare un tipo così invidioso, cheto e fanatico di wajang? con la sua fama di santo e di mago, stupidamente deificato dal popolo, del cui benessere quello ben poco si curava, mentre veniva adorato soltanto per il prestigio del suo nome antico (e in lui egli avvertiva sempre un’opposizione mai espressa e tuttavia sempre così palpabile sotto la sua gelida correttezza!). E poi c’era, a Ngadjiwa, il fratello, l’accanito giocatore di dadi – ma perché doveva essere capitato così, lui, con i suoi Reggenti?

Van Oudijck era di umor nero. Era abituato ormai a ricevere ogni tanto e con una certa regolarità delle lettere anonime con velenose calunnie, ora a carico di un residente-assistente, ora su un controllore. Talvolta insozzavano i capi Indiani, talvolta la sua stessa famiglia; talora sotto forma di amichevoli ammonimenti e talora invece con l’odiosa gioia del danno che arrecavano ammantata con la veste del volergli aprire gli occhi davanti alle mancanze dei suoi funzionari o ai misfatti di sua moglie. Ci era ormai tanto abituato, che non contava più le lettere di quel genere: le leggeva appena dandovi una scorsa e le strappava con noncuranza. Abituato a giudicare da solo, non gli facevano alcuna impressione quegli invidiosi ammonimenti, anche se come serpenti sibilanti essi alzavano la testa tra tutte le lettere che la posta quotidianamente gli portava.

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Quanto a sua moglie, era talmente cieco nei suoi confronti: egli aveva continuato a vedere Leonie calma e tranquilla, avvolta nella sua sorridente imperturbabilità, entro la chiusa tela della affettuosità familiare che lei era riuscita a costruire attorno a sé – nel vuoto dei continui ricevimenti di quella residenza così piena di sedie e divani –, che egli non avrebbe mai potuto credere alla benché minima parte di quelle calunnie. Lui non gliene parlava mai. Teneva a sua moglie; l’amava e poiché quando era in compagnia di altri la vedeva quasi sempre silenziosa, giacché ella non era mai civetta né si faceva corteggiare, egli non gettava mai uno sguardo in quell’abisso perverso che era la sua anima.

A casa, aveva quella completa cecità che tanto spesso hanno proprio gli uomini valenti e abili nelle relazioni di lavoro, abituati a guardar lontano nell’ampia prospettiva del loro campo d’azione, ma alquanto miopi in casa; usi ad analizzare l’insieme delle cose e non i dettagli di un’anima; a basare la loro conoscenza degli esseri umani su uno schema e a dividere gli uomini in tipi, come nella suddivisione dei ruoli in una commedia antiquata. Uomini che afferrano immediatamente le capacità di lavoro dei loro sottoposti, ma che non vengono mai toccati da qualche cosa dell’intricato complesso, come confusi arabeschi, come tralci inselvatichiti dell’interno dell’anima dei loro familiari; che guardano sempre al di sopra delle loro teste, pensando sempre oltre le proprie parole e senza alcun interesse per quell’arcobaleno di emozioni e odio e invidia e vita e amore che brilla proprio davanti ai loro stessi occhi.

Note a Couperus La potenza occulta. Frammento di proza

  • La selezione è stata tradotto da G. Antonelli e fa parte dell’antologia edita da: Mor, et. al., pp. 282-284. Riferimenti bibliografici qui.
  • Louis Couperus, De stille kracht. Amsterdam: L.J. Veen, 1900, 212 pp. Testo integrale in nderlandese è disponibile sul sito db.nl
  • Il romanzo fu completato tra ottobre 1899 e febbraio 1900 durante il soggiorno dello scrittore a Batavia.

 

 

Nijhoff Il terzo mondo. Una poesia

Martinus Nijhoff Il terzo mondo. Una poesiaLa traduzione italiana del componimento di Martinus Nijhoff Il terzo mondo, vide la luce nel 1939 nella corposa raccolta: Poeti del mondo. Il curatore e traduttore Massimo Spiritini mise insieme una quantità notevole di materiale poetico proveniente da quasi trenta aree linguistiche.

 

IL TERZO MONDO

Col canto in cuore, immemore,
migrai dal primo mondo;
col canto in cuore, immemore,
mi scoprii nel secondo.
È questo il buon sentiero?
Per qual mèta? Mistero! Mistero!
E il dì precipita.
Col canto mio giocondo
ch’io giunger possa immemore,

Signor, nel terzo mondo!

La versione nederlandse

Het derde land

Zingend en zonder herinnering
Ging ik uit het eerste land vandaan,
Zingend en zonder herinnering

Ben ik het tweede land ingegaan,
O God, ik wist niet waarheen ik ging
Toen ik dit land ben ingegaan.

O God, ik wist niet waarheen ik ging
Maar laat mij uit dit land vandaan,
O laat mij zonder herinnering

En zingend het derde land ingaan.

Commento e riferimenti

Ho rispettato le differenze nell’impaginazione del componimento. Secondo, il traduttore Spiritini ha italianizzato i nomi dei poeti e Martinus Nijhoff è diventato ‘Martino Nijoff’. I cognomi degli altri poeti sono stati rispettati tranne quello di Nijhoff: è caduta il consonante ‘h’, che non fa parte dell’alfabeto italiano. Presumo sia stata una svista, perché nel cognome delle poetessa Henriëtte Roland Holst van der Schalk è rimasto tale quale. La pratica è stata abandonata, per fortuna, malgrado la difficolatà della pronuncia dell’aspirata ‘h’. In terzo luogo è da segnalare qualche differenza nella resa italiana. Nel verso 8 ripropone il sostantivo ‘canto’ che appare anche nel primo verso. Sempre nel ottavo verso Spiritini usa ‘giocondo’ di cui non c’è traccia nella versione originale. Il traduttore ha voluto dare più importanza alla sua versione italiana, probabilmente per mantenere la rima nei versi 2, 4, 8 e 10. È una scelta che rispecchia la sua ‘poetica’ da traduttore.

  • La traduzione è di Massimo Spiritini, Poeti del mondo, Milano: Garzanti, 1945², p. 222. La prima edizione dell’antologia è del 1939.
  • L’originale nederlandse: Martinus Nijhoff, Verzamelde Gedichten, (ed. W.J. van den Akker en G.J. Dorleijn). Amsterdam: Bert Bakker, 2001³, p. 136. Testo digitale qui.
  • La voce di Martinus Nijhoff si può ascoltare qui. Naturalmente il poeta parla in nederlandese.